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 Touring BAReddu
di
New York City - prima parte

(Igor Principe)
 
A 8 anni guardi Arnold in tv e impari che a Park Avenue vivono i ricconi e ad Harlem i negri con le pezze al culo. A 12 guardi Saranno famosi e ti fai l’idea che Broadway sia un vialone intasato di fanciulle e ometti in calzamaglia e scaldamuscoli, divorati dall’ansia di essere in ritardo all’appuntamento con la gloria. A 16 scopri i film di Woody Allen e capisci perché Frank Sinatra cantava della "città che non dorme mai": di notte tutti pensano cosa raccontare all’analista il mattino dopo. A 25 guardi Sex and the city e cambi idea sulla "città che non dorme mai": di notte tutti trombano come ricci (anche di giorno, in verità).
A 30 anni finalmente ci vai, a New York City.
Credi di conoscerla.
Errore.
 
Tassisti.
Attendersi un clone di Robert De Niro in Taxi driver sarebbe stato sconsiderato. Attendersi un nero gigante che ti parla degli Yankees o dei Knicks sarebbe stato legittimo. A noi è toccato un signore con la faccia di Sidney Poiter, che per 55 dollari ci ha portato da Newark a Manhattan. Le carte dicono che devi imboccare l’Holland Tunnel; lui, davanti alla segnalazione ha cambiato strada e si è infilato in Jersey City, dedalo di strade allegre come a Quarto Cagnino. In una lingua lontanamente imparentata con l’inglese ci ha chiesto da dove venissimo. Non che ci aspettassimo l’esausto ritornello "Ahhhh, I love Italia"; ma nemmeno "Ahhhh, I love Inta!".
Non capiamo.
"Inta, the football team".
Nel taxi siamo in quattro, tutti interisti. Nessuno di noi indossa la casacca nerazzurra (mica siamo inglesi all’estero, immancabilmente avvolti nei colori di Manchester o Liverpool). Nessuno di noi ha un portachiavi che spunti dalle tasche (le chiavi sono giustamente in valigia). Nessuno di noi ha una sciarpa nerazzurra al collo (A New York City ci sono 32 gradi). Sidney Poitier, insomma, non ci sta allisciando il pelo in cerca di una lauta mancia. E’ davvero interista.
Vorrei abbracciarlo, dirgli che l’anno prossimo qualcosa la vinciamo, che il problema è lo spogliatoio, che Mancini chissà, forse era meglio tenersi Zaccheroni, che Recoba è una zavorra e Mihajlovic è vecchio. Vorrei parlargli come fosse l’amico che incontri ogni mattina al bar Marisa mentre leggi la Gazza appoggiato al frigo dei gelati. Lui mi interrompe, da un cassetto della sua Buick estrae un giornale patinato che parla degli europei del Portogallo mentre ossessivamente ripete "I love Inta!". Lo apre – mica smette di guidare – lo sfoglia e indica due fotografie.
"I love Inta!", e il dito punta su Ronaldo.
"I love Inta!!", e il dito vola su Maldini.
Il resto del viaggio è proseguito in silenzio.
 
Harlem
Arrivi ad Harlem e li vuoi vedere, questi diavolo di neracci senza un dollaro che passano il loro tempo a bighellonare per le strade dondolandosi mentre intonano un blues. Ma non li vedi. Al loro posto, intere famiglie vestite a festa entrano nelle centinaia di chiese evangelico-battista-metodiste-cristian-quacchere del quartiere, forse il posto al mondo con Assisi dove è più alto il rapporto tra edifici religiosi e abitanti (nella cittadina di san Francesco si contano 30 chiese per 2000 residenti). L’eleganza dei fedeli è stupefacente: le donne sembrano Whoopi Goldberg quando va in banca a ritirare l’assegno con il fantasma di Patrick Swayze. Gli uomini hanno abiti chiari, camicie scure e fermacravatte accesi come catarifrangenti.
Entriamo in una chiesa. Sono le 10 e 45, la messa è iniziata alle 10. Un tizio all’ingresso ci dice che sta quasi finendo, ma noi vogliamo solo dare un’occhiata. Passiamo, e ci accoglie la Juventus: un plotone di donne nerissime fasciate come suore in un abito bianco come la pace. Sul loro ventaglio è stampigliata la pubblicità di un’agenzia di pompe funebri. Sono il servizio d’ordine: noi ce ne staremmo in piedi in un angolo, loro ci impongono di accomodarci sulle panche.
Il reverendo parla pacatamente, e somiglia a Denzel Washington. Visto che mancano dieci minuti alla fine, penso, starà dicendo gli avvisi prima della benedizione. D’un tratto la voce si alza, la batteria – sì, la batteria – comincia a rullare mentre l’organista suona il suo strumento come se avesse otto dita per mano. La folla si scalda in un botta e risposta di "alleluja" e "Thank you Lord!". Il reverendo ora pare James Brown, e tu ti ritrovi a ringraziare il Signore pur non vedendone immediate ragioni. Passi la successiva ora e un quarto a dire grazie. Esci che è mezzogiorno, cerchi il tizio che ti ha detto che era quasi finita ma non lo trovi. Volevi ringraziare anche lui. Ti ritrovi a ringraziare lo schiavismo, senza il quale non ci sarebbero stati gli spirituals e i gospel.
 
Central park.
Alla fine, è solo un parco. E in estate è intonato su un verde monocorde, comunque utile visto che il sole picchia come a Palermo. Centinaia di persone giocano a softball, fanno jogging, leggono libri, suonano, si rilassano. Eccola, New York. Senti che da un angolo stanno per spuntare Harry e Sally che parlano, e parlano, e parlano. Invece spunta un falco che vuol portarsi via uno scoiattolo. Non ci riesce.
 
Cibo (I).
Dice: la città che non dorme mai. Ci credo: mangia ventiquattrore-su-ventiquattro. Tra fast food, Starbucks, Dunkin’ donuts, cinesi, giapponesi, indiani, russi, carrettini di hot-dog, ristoranti da 100 dollari a coperto, trattorie italiane, pizza Sbarro, deli (quei posti splendidi dove ti riempi una vaschetta con tutto quello che vuoi e paghi a peso), pub e distributori automatici di pop corn, è matematicamente impossibile che si possa soffrire la fame.
E poi, le leggendarie porzioni americane sono una verità. La prima sera, nel pub irlandese di Peter McManus, a Chelsea, ho ordinato un roast-beef con patate. Mi sono arrivate una trentina di fettine di carne ripiegate a lenzuolo guarnite da un campo di tuberi schiacciati a purè. Dimensione minima della birra: mezzo litro.
Nelle pause tra momenti tanti frugali, gli americani amano rinfrescarsi l’estate con il Frappuccino di Starbucks. A frotte, girano con questo beverone ghiacciato infilato in un bicchiere che sembra un secchiello da spiaggia. Un giorno l’abbiamo provato. Due in quattro, uno normale e uno light. Nel normale: caffè, latte, cacao, cannella, zucchero, tre etti di ghiaccio e panna. Apporto calorico: 1500 Kcal. Nel light: tutto, tranne la panna. Apporto calorico: 1200 kcal. Dicono che sia la bibita preferita della dottoressa Tirone.
(fine prima parte)
 
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